Ritorno all’Inferno (Marione)
2 luglio 2011Il giovedì fatidico è arrivato veloce, cavalcando l’onda del tempo che passa inesorabile e brucia la mia esistenza, schiava di un modello di lavoro che alla fine il tempo lo fa perdere.
Partiamo con comodo, i bambini sono riposati, la moglie è serena. Abbiamo 800 km davanti e tutta la giornata per coprirli, sfiliamo gli eterni lavori sull’Autolaghi con pazienza, in Svizzera sarà peggio.
Infatti, oltre i limiti di velocità geronto-comici, scopriamo che i cantieri continuano, aumentano, arrivano in Germania dove esplodono, occupano lunghi tratti di molte autostrade, e sarà così anche al ritorno via Monaco di Baviera.
Paese virtuoso la Teutonia, in tempi di crisi investe sulle infrastrutture, al momento giusto sarà pronta per tornare a locomotivare di nuovo.
Sono incredibili i tedeschi, anche nel caos più spinto restano ordinati, il serpentone di mezzi che sfila verso nord scorre sempre, rallenta ma non si ferma.
Nei tratti liberi si viaggia senza restrizioni, un paradiso. Nonostante una cavalleria media che noi ci sogniamo corre solo chi ha fretta, chi non ne ha se ne sta a destra, non esiste la corsia del disonore.
In un attimo ci ritroviamo a duecento all’ora, viaggiando più sicuri che sulla tangenziale di Milano agli ottanta, non fosse altro che per il rispetto della distanza di sicurezza che TUTTI applicano.
Praticamente ogni mezzo espone almeno una bandiera tedesca, poi sciarpe, adesivi, copriretrovisore….
Una nazione sta impazzendo per i mondiali di calcio…….ordinatamente come solo loro sanno fare.
I nostri sono in campo contro la Slovacchia, una radio tedesca parla di calcio, dicono “Italien Slovakien zwei drei ahr ahr ahr”. Un tir ci suona la tromba, ed è la conferma del disastro.
Arrivati a Mannheim un ingorgo ci spinge ad attraversare la città per aggirare il blocco via Francoforte. Nonostante nei pressi della ferrovia la sua urbanistica dia chiara evidenza dei bombardamenti subiti Mannheim è una bella città, dove il fiume Reno comincia veramente a mostrarsi come un gigante.
Dopo oltre dieci ore di viaggio finalmente arriviamo nei boschi dell’Eifel. Quando sfioriamo il rettilineo in uscita dal lungo curvone del Galgenkopf, il cartello “Dottinger Hohe” ci avvisa che siamo arrivati a casa.
Ci accoglie la come sempre splendida Veronika, vera professionista dell’ospitalità, che ci consegna le chiavi del nostro appartamento, una splendida dependance con vista sul castello di Nurburg.
Un rapido ripristino podo-ascellare e risaliamo sull’auto in direzione ristorante, incrociando lo sguardo con la pista, che sembra saper essere il nostro oggetto del desiderio, per come si presenta sinuosa e rilassata, sfumata dalla luce del crepuscolo che solo il nord sa comporre.
Un brivido mi percorre, il pensiero vola al giorno dopo, un attimo solo basta per riempire la mente di motori rombanti e profumo di ferodi che aspettiamo da un anno.
Insieme ritornano i timori, l’inevitabile considerazione sul farsi un giro dell’Inferno con a bordo moglie e figli, pensieri di tipo assicurativo……
Altrettanto velocemente parte l’insulto ad un deficiente che si fuma uno stop davanti a me, anche se ai due all’ora; stendiamo un velo pietoso sulla nazionalità dell’auto e andiamo a rifocillarsi.
Il resto della truppa è partito all’alba, sono arrivati giusto in tempo per farsi un giro con il loro ferro privato, sono già carichi, eccitati; per qualcuno è stato il primo rapporto con la Meretrice Verde e sulla sua faccia è stampato un ghigno gaudente, simile a quello di un bimbo che sta scaricando le sue tribolazioni nel pannolino.
Mi rifaccio con un ottimo filetto al pepe verde – la carne da queste parti è superlativa – accompagnata dalla bevanda nazionale locale, la prima di una lunga serie.
Finalmente a nanna, nel buio e nel silenzio più assoluti ci nascondiamo sotto i nostri piumoni e cediamo alle fatiche di questa lunga giornata di viaggio.
Al risveglio ci si fa accarezzare dalla brezza, a piedi nudi sul prato, respirando la serenità delle colline davanti a noi.
Che meraviglia, ci vorrebbe tutti i giorni a Milano, al posto del torrido cemento dell’estate padana.
Abbiamo qualche ora davanti a noi, prima di dare fuoco alle polveri.
Un po’ di shopping – vuoi non buttare via un po’ di soldi ? – un caffè BUONO al bar del Boulevard (ingresso opposto al museo per chi dovesse passare di li), prima di andare al noleggio a perfezionare il contrattino impostato via web un paio di mesi prima.
Mentre la macchina viene preparata, abbiamo tutto il tempo di spostarci di li a qualche centinaio di metri, al chiosco sotto la Ex-Muhle, dove con pochi soldi mi sparo una schnitzel con patate in insalata che necessitano di una prima Warsteiner, il lubrificante più usato nella regione, utilissima per liberare la mente dalle ultime paure. Tempo di bastonare un crucco che ritmava SLO-VA-KIA con un salmo intitolato a Jose Mourinho, incidente diplomatico chiuso con una Warsteiner, ed è ora di portare il giocattolone in pista.
Io sono più che altro un pilota da tangenziale milanese, media 35 km/h. Da ragazzo ero di certo più stupidamente spavaldo, almeno finché una entità superiore mi ha ripescato su da un argine lungo Po. Il traffico di Milano e hinterland ha il vantaggio di essere molto istruttivo. Per sopravvivere alla bolgia quotidiana del girone dei milanesi si sviluppano sorprendenti capacità previsionali e di analisi del dettaglio apparentemente non annoverabili tra le capacità umane.
Tutti nel gruppo dei drivers di GTExD arriviamo dalla megalopoli, e questa skill sarà fondamentale per ognuno di noi nel riportare a casa i nostri ferri senza fare il morto, o meglio il MORTOCICLISTA.
Quando un altoparlante riciclato dal ghetto di Roma gracchia “herren und damen, pistem ist geoffnet” (più o meno) ancora non sappiamo cosa ci attenderà in pista o, meglio, dovremmo saperlo vista la migrazione di Ducatoni Triumph e supergiapponesi con targa gialla e motore a birra, cavalcate da centauri albionici pazzi furiosi, cresciuti a pane e Tourist Trophy.
Siamo troppo affascinati dalle signore che una dopo l’altra fanno sentire la loro musica, una sfilata che mozza il fiato agli appassionati di auto come noi. Pensate ad una macchina, quella che volete.
Sicuramente c’era.
Oppure c’era ieri.
Allora ci sarà domani….
Il Mostro verde però è giusto, severo ma giusto.
Già dal primissimo giro che percorsi tempo fa capii che la sfida non è con il Porsche 911 RSR color albicocca che ogni giro ti sorpassa, ma con te stesso, le tue paure, la tua incoscienza, la tua spavalderia, il tuo coraggio, solo dopo con le tue capacità di pilota.
E allora scopri che sei uguale all’estone con la Dodge Viper, al meglio della topa che lo accompagna. Arrivato in fondo ti sei divertito allo stesso modo, hai proseguito la tua sfida, godi come un mandrillo perché hai rubato ancora qualche metro, qua e là, sui punti di frenata, eiaculi ripensando alla M3 che hai innervosito mostrandogli nello specchietto la sagoma del tuo ferraccio al Karussell.
Per questo amo portare la mia fida Focus Stascionuegon TD nella foresta dell’Eifel. La conosco bene, mi porta a spasso ogni giorno, ci fidiamo l’uno dell’altra e per questo possiamo permetterci di maltrattarci a vicenda senza portare rancore.
La Swift presa a noleggio ha l’assicurazione, le slick, la gabbia, i sedili race, tanti somarelli che tirano un carretto leggero, ma è puro meretricio.
Ti alletta con il suo sguardo ammiccante, ti eccita con il suo rombo da auto da corsa, si fa possedere anche contro natura, ma quando cominci a prenderci gusto e a capire cosa piace a lei……puff, la devi riportare indietro.
Così con tutta la famiglia a bordo, mentre Stefano comincia a scaldare le gomme della Suzuki, si parte per il primo giro, io alla guida, Cristian al mio fianco ben saldo sul suo seggiolino, dietro Ivan e Patty, la mia compagna. Ci infiliamo nel serpentone di supercavallate e ci avviamo verso la fatidica sbarra. A poche macchine di distanza ci siamo tutti, Zio-I e Cecco con un’altra Swift e Fastbelt con la sua fida Punto, un vero gioiello.
Sul breve tratto di marciapiede che precede l’ingresso alla pista normalmente stazionano dei personaggi stranissimi. Sono curiosi, di ogni sesso e tutte le età, che sono li a guardare le facce dei pazzi che entrano nell’Inferno Verde. Per loro siamo degli alieni, è imbarazzante essere fotografati da un turista mentre si attende l’apertura del varco. Così come l’anno scorso faccio spegnere il motore ripartendo da fermo in salita. Due donne ci salutano come fossimo i passeggeri del Titanic.
Una scrollatina alle parti molli, un controverso “bip” sul lettore e la sbarra va su………
FINALMENTE TUTTI IN PISTA !!!
Già alla prima curva davanti a me fa la sua prima apparizione l’incubo della giornata: IL MORTOCICLISTA.
Cerco di farmene una ragione, è il primo giro, di fianco a me Cristian, che a stare dietro ultimamente sente le curve (e quando le sente ti inonda di vomito senza preavviso), dietro il resto del mio mondo, le gomme sono fredde……e parte il primo porcone. Ogni curva fino all’atterraggio all’aeroporto il centauro mi taglia davanti, scappando non appena può aprire il gas e chiudendo pietosamente la linea ad ogni curva, in piena violazione della SACRA REGOLA: chi è più lento passa a destra. Dai porconi generici sono passato ad altre considerazioni su importanti personaggi e loro familiari, tanto da rendere impubblicabile il cameracar sul tubo.
All’improvviso sulla salita del Flugplatz chiude il gas. Sapeva cosa lo aspettava, e io speravo che lui lo sapesse, per avere la certezza di poterlo finalmente sfilare.
Sul ring girare in moto è un altro mondo. Se in auto il primo limite di rischio è stabilito dal portafoglio, su due ruote rischi le ossa al primo errore, scivolare su cordoloni biancorossi ripidi come muri, anche a basse velocità, sono dolorini. Con o senza carta di credito Visa Diamond Universe a credito illimitato. Nonostante la posta sia la vita i centauri sono a branchi, pronti a sfidare se stessi, gli altri, la morte.
Tra questi ci sono alcuni semidei, girano al massimo in due, filano via come ectoplasmi, morbidi e sinuosi nella linea come cattivi sul gas e sui freni.
E assieme a loro i pazzi furiosi, partono in gruppo, anche trenta per volta in un concerto per rutti e carburatori, assolutamente incoscienti. Qualcuno di questi impara alla svelta, altri devono scoprire le ondulazioni della pista a pieno gas, fino a farsi disarcionare in rettilineo, con la sospensione posteriore in risonanza come una lavatrice in centrifuga che cerca di andare fuori dal bagno.
Il dritto dopo il Flugplatz è uno di questi posti, così posso terminare il tanto bramato primo giro divertendomi senza forzare sull’ottovolante più grande del mondo.
Si rientra e si parcheggia diretti in zona vipps: siamo efficacissimi a trovare spazio nel parcheggino adiacente l’ingresso e il bar, solo gli inglesi rientrano ordinatamente nel loro prato, forse ci giocano a cricket. E finalmente arriva il giocattolone tanto atteso.
All’interno è completamente svuotata, sedili race, scarichi “hot sound”, freni bum bum, gomme quasislick. Praticamente pronto VLN. La cavalleria non è tanta ma quanto basta per divertirci.
La parte più difficile si rivela, con malcelata purtroppezza, la convivenza con un cambio a tecnologia avanzata, chiamato in gergo tecnico “a ingranaggi polverizzati”. Infatti è preciso come un arciere orbo, ma piuttosto di sprecare un solo somarello preferisco far ostiare il motore. Giro dopo giro ci faccio la mano, fellinianamente Patty si occupa di documentare l’esperienza mia e di Stefano. La Suzukina viaggia da bestia, con le sue ruotone lisce si ferma in un fazzoletto, freni sempre dopo e hai la netta percezione che ce ne sia ancora.
Tra un mortociclista kamikaze e una Honda S2000 gialla targata CH sbriciolata contro il rail all’ingresso della Wippermann comincio a prenderci gusto. L’entità mi possiede, io sono suo, neanche la dea Warsteiner, liturgicamente celebrata tra un giro e l’altro, può riprendermi dal mostro.
Quando Cristian reclama il suo turno, il pensiero che possa sboccare nella Swift mi persuade a non esagerare. Mentre faccio esperimenti di scorrevolezza preparo mentalmente il giro successivo, sottovalutando un primo presagio, mortociclista a terra senza danni apparenti.
Infilo il carosello a manetta, so che al piccolino piace.
Al rientro avviso Ivan di prepararsi mentalmente all’esperienza della tornata successiva. Poco dopo siamo al via, parto a manetta e ci salto dentro come non avevo mai fatto prima, per lunghi nove minuti Ivan non parla, un paradosso scientifico, come il volo del calabrone.
Una volta tanto con poche interferenze con i sorpassi, nonostante le immancabili Porsche che filano come il vento, il motore sempre su, le gomme che ululano come lupi, i macchinoni che lasciano strada nel misto……che libidine.
Sono caldo, caricatissimo, non vedo l’ora di tornare in pista. Invito Patrizia a prepararsi ad un cameracar memorabile, cerco di farle firmare un modulo per lo scarico delle responsabilità ma…..
Non è un bombardamento americano, la sirena annuncia la chiusura della pista per sopravvenuto mortociclista. Tutti a casa.
Museo del Ring, sabato. Ho ancora in tasca ben quattro giri, abbastanza per cuocere le scarpe della Focus. Mentre Cristian si preoccupa di immortalare ogni dettaglio dell’esposizione, la mia mente è tarata alle 17.45, quando gracchierà l’altoparlante. Il museo non è granché, eccetto qualche auto ‘70-’80-’90 e la BMW F1 in esploso, in compenso è molto istruttivo per i ragazzi. Solo illustrare loro il funzionamento delle sospensioni mi riporta alla realtà.
E’ l’ora X, una moltitudine di motori attendono di ululare nei boschi del Nordschleife, è sabato e si vede. Soprattutto perché i centauri non demordono, anzi.
Lasciamo strada alle signore più affascinanti e ci accodiamo discreti, come sempre ben piazzati in zona Briatore, ma varcate le colonne d’Ercole restiamo perplessi. Subito dopo le sbarre si sta radunando una comitiva di mortociclisti, almeno una ventina, tutti inglesi.
Passo velocemente oltre, sperando di lasciare dietro di noi il pericolo. Mancava solo l’allegra brigata Bitter’s lanciata tutta assieme sul Ring per avere la certezza del botto.
Ivan è preoccupato, un po’ perché tende a copiare il papà, un po’ perché ci arriva da solo. Patty è tesa così come Cristian, beato il piccolino, non percepisce il pericolo.
Parto forte, voglio scaldare le gomme presto e riprendermi l’adrenalina arretrata. Subito un bel sorpasso nel misto prima della discesa che porta al Flugplatz, decollo all’aeroporto con un occhio nello specchietto, la sagoma di una Porsche incombe. All’atterraggio comincio a portarmi a destra per agevolare il sorpasso, ma senza mollare niente, quando noto due corpi in movimento davanti a me sul prato alla mia destra. Sono due mortociclisti che stanno ripartendo, presumo, dopo aver aspettato invano i compagni che invece si sono radunati all’ingresso.
Non appena la Porsche mi affianca i due deficienti danno gas ed entrano in pista, senza volgere lo sguardo alle loro spalle.
Patrizia urla, Ivan urla, Cristian urla, la Focus urla. Mentre spiano il clacson cerco spazio a sinistra, il tedescone per fortuna ha capito tutto e mi lascia margine, tengo giù e chiudo gli occhi un istante.
San Luppolo fortunatamente frequenta la Teutonia, forse per motivi professionali, e provvede a salvare la crosta ai suoi devoti sacerdoti. Scarichiamo la tensione bestemmiando davanti ai bambini. Subito ci scusiamo, ma ci vuole poco a prevedere un immediato futuro in ortopedia a Coblenza per qualcuno. Già dal Karussell incombe il sospetto che qualcosa sia successo, niente BMW serie M, Audi R8, Porsche alle quali lasciare strada.
Le bandiere gialle all’ingresso della Galgenkopf segnalano l’inusuale colonna di vetture che attendono di poter uscire. Dopo di noi solo poche auto. Mentre attendiamo in silenzio entra la per la seconda volta la macabra processione di ambulanza, auto medica, polizia e carro attrezzi. Poi un’altra ambulanza. Finalmente tocca a noi e usciamo dal circuito.
Ancora una volta tutti a casa, solo che stavolta è passata vicina.
La sera cerchiamo di dimenticarci del passato alla festa di Dottingen, annegandoci di birra.
Quest’anno è stata organizzata dai vecchi, infatti la rock band di liceali suona “Should I stay or should I go” e “God save the queen”. Non oso pensare cosa succederà l’anno prossimo, ma lo scoprirò. Gli indigeni sono sorpresi di trovare un gruppo di italiani che ariotta con loro, ci spiegano che di solito i turisti frequentano altri luoghi, non le feste di contadini. Rapidamente degeneriamo nel calcio, i mondiali sono un argomento realmente comunicativo, come la birra.
Mentre si coltivano relazioni internazionali maturiamo la decisione. Dopo la sesta birra io e Fastbelt non possiamo che prendere atto dell’incontrovertibilità della storia: alle otto in punto del giorno successivo, domenica, saremo in pista per finire gli ultimi tre maledetti giri. Poi partiremo per Milano.
Al Ring la domenica mattina a si celebra una specie di rito pagano. Appena sorge il sole i prati attorno alla pista cominciano ad animarsi, compaiono tende camper e griglie, fiumi di appassionati affollano le reti per fare foto e video, la birra fluidifica le anime.
La 24h deve essere qualcosa di inimmaginabile se già per vedere girare i matti nel giorno di festa c’è tutto questo popolo.
Sono le otto precise quando saliamo verso l’ingresso e ci accoglie una infinità di auto che aspettano pazienti in ogni dove, piazzole, banchine, prati, tutte in silenzioso ordine. Stimo oltre le mille, chissà.
Con fare molto milanese e percorrendo virtuose traiettorie, al gracchiare del gruppenfuehrer che annuncia la “pistem geoffnet” siamo tra i primissimi ad avanzare verso i varchi, quando sale progressivo il rombo di centinaia di motori che prima sbottano, poi cantano, infine ruggiscono.
Passo la sbarra e sono dentro.
Fa fresco a quest’ora, le prime curve sto molto attento, poi qualche sorpasso per una volta da non subire mi porta in subito in temperatura. Ivan accanto a me gradisce.
Il giro fila via pulito, davvero divertente, senza neanche troppo traffico. Quando sembra tutto finito proprio all’ultima curva una MG, ovviamente inglese, rallenta, ma per lasciarmi strada si sposta a SINISTRA.
Sacrilegio !!!
Fortunatamente Santa Maria della Tangenziale mi consente di prevedere la mossa del perfido albionico così, abiura per abiura, lo passo all’interno e lo mando a fare in cubo.
Fuori uno. Restano altri due giri, improvvisamente mi sembrano pochi.
Rientriamo ovviamente in zona “hot”, tempo una paglia e si riparte. Nel frattempo le auto attorno al piazzale si sono ulteriormente moltiplicate, non se ne vede la fine, sembra la migrazione degli gnu nella Rift Valley.
Per la prima volta gli addetti alla pista ci mettono fretta, dalle sbarre entrano veicoli a ritmo frenetico. Poco dopo il primo ponte già cominciano i sorpassi, sale la tensione ed assieme le incognite per l’innalzarsi del livello della sfida, probabilmente per la prima volta ho paura.
“Tutto bene Ivan?” – “Si papà.”
Si continua.
Al Flugplatz lascio strada a due Porsche in parata e istintivamente cerco la loro scia. Giù il piede e via sparato verso l’Aremberg, ma una terza Porsche incombe.
All’improvviso i due driver davanti a me alzano il piede, si spostano a destra, uno mette le quattro frecce. Sono quasi fermi, accodarmi può voler dire centrarli in pieno, non mi resta che tenere giù e passarli pestando duro il cordolo interno dello Swedenkreuz. La Focus non fa quasi una piega, mi butto all’interno e freno presto per agevolare la belva che ormai occupa tutto il retrovisore e mi lancio giù dalla discesa del Fuchsroehre. In pochi istanti mi sono sudato l’anima.
Si può non respirare per 16 km ? Forse io ci sono riuscito.
Per questo motivo in queste settimane non sono stato in grado di ricostruire quanto accaduto in quella trentina di minuti. La carenza di ossigeno non ha consentito al mio intelligentissimo ma unico neurone ancora funzionante di memorizzare organicamente gli avvenimenti, oppure, più probabilmente, le emozioni hanno avuto il sopravvento.
Solo un flash, nitido: la paglia avidamente consumata prima di rigettarmi nella mischia per quel terzo e ultimo giro di quella nirvanica domenica, sempre accompagnato dal piccolo grande Ivan in estasi.
Da quando ho lasciato la pista quella mattina ripenso a quei passaggi molto di frequente, e sempre si sovrappongono immagini ed emozioni, senza continuità, ma così intense che sembra quasi di aver fatto la 24 ore.
Un’auto ogni dieci metri, dall’inizio alla fine, tanti sorpassi da fare quanti da agevolare, un ritmo forsennato, le gomme surriscaldate e il mio ferro che scivola sempre più veloce.
Il mostro che ti prende, la paura che scompare, l’assalto alla Swift di due giorni prima, promiscuamente in mano ad un altro uomo.
E ancora lo stridio delle gomme, i metri rubati ad ogni staccata, il vuoto della discesa che porta allo Schwalbenschwanz, la luce del limitatore, la sesta.
La domenica al Ring non c’è tempo per respirare, il mostro ti chiama alla pugna, ed alla pugna si va senza macchia e senza paura.
Poi ci sono anche quelli che mollano, la domenica, al Ring, non importa con quale auto.
Tra coloro che gettano la spugna, e proseguono stretti a destra con le frecce lampeggianti, ci sono anche cavalli di razza insieme alle Citroen e alle Fiesta.
Pure uno sparuto mortociclista, l’unico incontrato, capisce che non doveva essere li e se ne sta in disparte, guardandosi le spalle.
Bandiere gialle. Mentre sto meditando di comprarmi un altro paio di giri i commissari appaiono sventolanti prima del Bruennchen. Davanti a noi tre BMW M3, anni 90′, taroccate, targa svizzera, sono ferme una dentro l’altra, formando un insolito trenino.
Sono una più disfatta dell’altra. Una quarta si è fermata in tempo, intraversata. Ci sono rottami dappertutto e proseguiamo per un poco dietro una immaginaria safety car, poi la solita Porsche rompe gli indugi e siamo daccapo, ricomincia lo spettacolo, fino all’ultima curva di quell’ultimo giro. Pista chiusa.
Ora capisco la folla al di là delle reti, la domenica, al Nurburgring.
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